
Ciao ciao ciao da Lerici,cari fratellini...
buone vacanze estive....
Ricordo la mia partenza, allora non organizzai nulla, partii così nell’incoscienza che tutto sarebbe andato per il meglio. Ottimista ad ogni costo viaggiavo proiettandomi direttamente alla meta, non sapevo cosa mi aspettava. Era uno strano inverno mite ma con delle punte di freddo che facevano gelare il sangue nelle vene. Mi trovai così in un agglomerato di baracche sporche ricoperte da un leggero strato di neve, il cielo livido e carico di brutti presagi, non sembrava portare niente di buono. Mi accodai come una piccola scheggia di ferro calamitata a un cumulo di gente diretta per chissà quale destinazione. I nostri bagagli erano una massa comune tutti legati insieme e la nostra guida era un tale dalle cattive maniere, un europeo inaridito dal denaro che da troppo tempo non vedeva il suo paese. Era alto e vestito di stracci con una barba grigia unta, e non faceva altro che sbraitare contro di noi, stanchi del viaggio e disorientati. La cosa più importante era non perderlo di vista e attaccarsi saldamente a questo cumulo di cose legate insieme alla meno peggio, avvinghiati come patelle a quelle poche cose importanti che rappresentavano la nostra origine, la provenienza dei nostri corpi inesperti. C’era di tutto in quell’ammasso di roba, assi di legno, stracci, cibo, vestiti e tanti ricordi e sembrava quasi avesse una forma di una barca. Camminavamo scivolando nel fango in balia di un uomo che non sapevamo dove ci avrebbe portato. Tutt’intorno era un continuo proliferare di umanità indaffarata in mille occupazioni diverse e man mano che andavamo avanti qualcosa si aggiungeva al nostro bagaglio. Poi all’improvviso ci trovammo davanti a un muro d’acqua, la corrente fluiva verso l’alto e con semplice naturalezza ci lasciavamo trasportare come bolle d’aria verso il cielo. Quello che vidi alla fine dell’ascensione fu una meravigliosa distesa d’acqua limpida e azzurra, camminavamo sul mare come derelitti impauriti e il sole splendeva vivo e produceva colori sgargianti, era come se avessimo scavalcato una stagione e miracolosamente ci trovammo in piena estate tropicale. Passammo davanti a un piccolo cantiere improvvisato e velocemente, in men che non si dica flettendo strisce di legno fresco costruimmo una barca. Non era una barca vera e propria, l’aspetto era quello di uno scheletro, il fasciame di legno chiaro era legato da giunchi e con straordinaria leggerezza sfioravamo la superficie dell’acqua spinti dal vento che soffiava su una grande vela blu. Ci avventurammo in mare aperto come su un guscio di una noce nel vortice della corrente di un mare che fa paura solo a vederlo, e costeggiando a una velocità vorticosa voltammo la costa e ci lasciammo dietro tutte le nostre speranze come se fossero piccoli oggetti dimenticati sulla via impervia di un giorno che non finisce mai. Al di là della costa ebbi un tuffo al cuore vedendo uno spettacolo meraviglioso, proprio in mezzo al mare una massa gigantesca di roccia bianca finemente lavorata si slanciava verso il cielo, scolpita con infinita perizia e ricca di particolari. Guardavo esterefatto questi immensi elefanti bianchi guardiani indiscussi di una civiltà lontana nel tempo. I volti sereni del budda accoglievano feluche veloci che si introducevano in una grande bocca spalancata e scura. Questo monumentale complesso immacolato sembrava lo scenario di un sogno denso di meraviglia. La corrente dell’acqua e la direzione del vento sembrava portare verso quella grande bocca e come saliva ingoiata ci lasciammo risucchiare verso i confini di una città misteriosa e ridente. Una volta entrati ci trovammo circondati da edifici giganteschi raffiguranti draghi e animali misteriosi, avevano la forma della sabbia bagnata colata su se stessa, degli strani ammassi ordinati di cera colata, ogni nicchia, ogni anfratto ospitava una statua di guerrieri bardati di armature ricamate a fiori. Tutte le strade erano invase dall’acqua che ricoprivano di pochi centimetri degli splendidi pavimenti composti da mosaici variopinti. Era un continuo via vai di gente indaffarata e passando di bocca in bocca ci addentravamo nel cuore di un umanità fervida e operosa. Vidi dei falegnami che all’aperto decoravano i loro mobili con amorevole dedizione, fabbri che piegavano il ferro come teneri giunchi e donne svestite ai bagni che si toccavano come in una catena continua di teneri abbracci. Passai per un grande magazzino di libri e carta da riciclare e mi fermai a sfogliare pagine che a nessuno sembrava interessassero. Comprai manifesti e riviste vecchie che prontamente mi impacchettarono in numerosi strati di materiale impermeabile, e mi accorsi con angoscia di aver perso la mia guida, ero rimasto indietro, mi era bastato un attimo per rimanere senza soldi e ricordi. Fu così che incontrai un giovane ragazzino dai lineamenti orientali e dagli occhi azzurri che con un tacito assenso mi portò con lui lontano in un isola sperduta dove è sempre giorno.
A ogni componente di questo meraviglioso Arcipelago, auguro una Buona Pasqua, che sia portatrice di serenità e pace in ogni cuore


nella foto: Praia a Mare ( CS) - Calabria
E
alla fine
o all'inizio
anche chi ha sempre visto solo la terra
non può morire senza aver messo
gli occhi, le mani, la vita
nel Mare.
Arcobaleno
Cancello Rosso, Febbraio
Un tramonto all 'Isola Dei Gabbiani