Che strano ritrovarsi oggi a parlare dell’amore. Con un libro chiuso nella mano, l’ultima pagina voltata a fatica, dopo aver letto le parole finali. Cercando un posto nello scaffale, con quella sensazione di essere insoddisfatti, come se veramente il finale non fosse quello, come se fosse stato strappato via. Che strano ritrovarsi a parlare dell’amore e volerlo fare in modo esplicito, sciogliendo la maschera di questo blog, che è sempre stato, sin dall’inizio, un grido, un’implorazione al cielo cupo di veder approdare qui una barca di carta. Quella barca di carta. Che bello parlare dell’amore, perché oggi non voglio vergognarmene. Io so combattere, so che non basta a rendermi felice, ma basta a tenermi in piedi. Che dolce parlare dell’amore, di quell’amore piccolo, con la “a” minuscola, che posa le sue labbra sulle mie e poi mi chiede “ma chi sei?”, che se ne frega di tutto quello che sta intorno, che se ne frega di tutto il mondo. Perché il mondo parte da quel bacio e tutto può essere diverso oltre la soglia di quel bacio. Che giusto ritrovarsi oggi a parlare dell’amore, perché non imparerò ad odiarlo per dimenticare. Preferisco travisare la realtà e pensare che una felicità più grande, più piena e davvero invincibile, l’abbia portato lontano.
La mia più grande illusione è che le mie parole possano entrare nell’anima delle persone. Che possano trasformarsi in un alito di vento caldo, capace di riaccendere un fuoco. Non è così, eppure continuo a scrivere, a preparare barche di carta e a scrutare l’orizzonte. Mi raggomitolo nei miei pensieri confusi, mentre la brezza ghiacciata passa attraverso il posto vuoto accanto a me.
Che triste ritrovarsi oggi a parlare dell’amore, parlarne da soli, come se dall’altra parte dello schermo di questo pc qualcuno versasse una lacrima sincera leggendomi. Che pazzia ritrovarmi oggi a parlare dell’amore e riempire di sogni le mie barche in partenza, raccontando loro un’altra bugia.
“Seguite quelle stelle fino all’orizzonte. Là troverete una ragazza che vi sorriderà perché siete buffe, vi raccoglierà perché siete semplici, vi conserverà perché siete coraggiose, vi amerà perché ha sempre aspettato solo voi”.

Vorrei perdermi
insieme
nel mare portoghese.
Perdermi, senza ritorno.
Arcobaleno
C'è un gran arpeggiar nell'aire
molli versi morenti sulle labbra tremanti
di perdono e pazzia
La Luna, lei, piangente goccia a goccia,
soffia sul palmo il suo argenteo sangue
e lo dona alle molli labbra innamorate
dipinge i tratti
di quelle mani e volti incastonati
E scivola piano la Luna, ella,
dolcemente fino a coricarsi sull'orizzonte,
come la dolce carezza che morente raccoglie
una lacrima salata,
sul volto dell'amata.
Il fiume, da lontano, è un filo di vetro che azzarda impercettibili movimenti tra le sponde ghiacciate. Sta tutto nella mia mano. Mi viene da pensare che è questo ciò che fa l’uomo quando insegue il potere: guardare l’Immenso da distante e illudersi di poterlo tenere nel palmo. Lentamente Scorre, mansueto e incontenibile. Una strada millenaria che scava, modifica, distrugge, ma sempre volge al mare. Lascio che la sua saggezza mi trascini, e nel cozzar di vite cerco altre mani che, come molecole d’acqua, invadano l’ampolla rimbombante delle mie paure, nell’affrontare le rapide. I ricordi, sassi gettati in acqua da irriverenti bambini, lentamente s’adagiano sul fondo. Ritagli di vento increspano la superficie, laddove un’ansa placida concederebbe riposo. Nessuno si adagi proprio ora. Vorrei gridarlo a chi si ferma, a chi non crede più in questa Corrente. Ma sono molecola, non Fiume, e posso solo scorrere, incoraggiando e cercando coraggio nelle molecole accanto. Mentre lentamente Scorre, non posso che sorridere ad una trasparente goccia. Si allontana piano dai miei occhi, ma la sua voce, tra i tonfi e il gorgogliare del Fiume sussurra: “non mi fermerò”. Lentamente Scorre, sapientemente miscelando gelo e sole, per ricordarci che siamo destinati ad essiccare, nelle solitarie traversate di aride terre. E siamo inestinguibile forza creatrice, uniti, nel moto perpetuo del suo grembo.